Lo studio degli iperspazi,
il cui significato abbiamo illustrato servendoci dei diagrammi di
Schlegel di alcuni politopi, si è rivelato di particolare importanza ed
utilità in fisica, perché ci fornisce un formidabile strumento
matematico, capace di farci comprendere sempre meglio la realtà. Esso
ci fa infatti superare le ardue difficoltà che si frapponevano allo
studio dei fenomeni del macrocosmo e del microcosmo, dove le comuni
nozioni di spazio e di tempo, così come risultano dalla nostra comune
esperienza, perdono il loro significato.
Ed infatti, non appena si passa dalla fisica elementare (nella quale noi
possiamo non solo vedere i corpi che ci circondano, ma anche toccarli),
alla fisica delle alte velocità (paragonabili a quella della luce, che
è di 300mila Km/sec), ecco che appare tutta una serie di distorsioni
nelle misure dello spazio e del tempo. Si viene allora a perdere la
perfetta immagine ottica, ed occorre utilizzare, per la prima volta in
fisica, la teoria degli iperspazi.
Infatti, la scoperta più rivoluzionaria della "relatività"
di Einstein è che lo spazio e il tempo sono strettamente connessi tra
loro, e formano un unico continuo a quattro dimensioni. E' questo il
famoso spazio-tempo o "cronotopo" che ha un ruolo fondamentale
in tutti gli spettacolari sviluppi della fisica del XX secolo, e che ci
ha permesso di comprendere i fenomeni del mondo atomico, nei quali
intervengono velocità prossime a quelle della luce.
Nella fisica relativistica di Einstein, la velocità della luce acquista
un ruolo assai importante, in quanto essa interviene nella formulazione
stessa delle leggi fisiche ( basti ricordare la famosa equivalenza tra
la massa e l'energia E=mc2, dove c'è la velocità della luce, che sta
alla base della fisica nucleare).
Solo così è stato possibile ristabilire il legame tra la realtà
fisica ( che è la stessa per tutti gli osservatori), e ciò che appare
ai singoli osservatori, che risulta variamente deformato, per effetto
della velocità finita di propagazione della luce.
Le cose si complicano ulteriormente quando passiamo allo studio dei
fenomeni su scala cosmica, in quanto le stelle e le galassie ci appaiono
tanto lontane nello spazio (per es. la stella più vicina ci
appare come era 4 anni e mezzo fa, la galassia ci appare come era un
milione di anni fa ecc.) In conseguenza noi non vediamo più il
presente, ma solo il passato.
Inoltre lo spazio fisico diventa "non euclideo", in quanto si
chiude su sé stesso (come la superficie di una sfera, ma con una
dimensione in più). Questo significa che, procedendo nella stessa
direzione,si finirà con il ritornare al punto di partenza ( come
avviene sulla superficie sferica).
Per comprendere più facilmente cosa accade quando si passa ad uno
spazio curvo (non euclideo), torniamo ai nostri bianimali ed
immaginiamo, che il loro Universo sia una superficie sferica,
sufficientemente grande. Accade allora il fatto interessante che i
bianimali non potranno vedere il loro Universo nella sua forma
effettiva (perché questo richiede una terza dimensione in cui è
immerso, a loro inaccessibile).
Ed infatti, la luce proveniente da una galassia lontana C, si propaga
secondo i cerchi massimi della superficie sferica e quindi supererà la
curvatura. Però per un noto fenomeno ottico, il bianimale posto nel
punto A, localizzerà la galassia nella direzione della tangente della
sfera, nel punto in cui si trova, e cioè nel punto C.
Si arriva così all'interessante conclusione che il bianimale vedrà il
suo Universo sferico come se fosse piatto, e cioè localizzerà gli
eventi fisici nel piano tangente alla sfera nel punto in cui si trova.
Passando al nostro Universo tridimensionale ipersferico, noi non
possiamo vederlo nella sua forma effettiva ma ne vediamo solo
un'immagine piatta, e quindi deformata. Ecco che allora, su scala
cosmica, nasce una profonda distinzione tra la realtà e la sua
immagine, quale porta ad una nuova teoria, la "relatività
proiettiva", che stende la relatività di Einstein su scala
cosmica.
Queste considerazioni ci permettono poi di costruire una "teoria
dei modelli di Universo" che utilizza le "ipersfere a 3,4,...n
dimensioni", nella quale ogni modello di Universo contiene i
precedenti ed è contenuto nei successivi. Tale teoria è stata poi
applicata allo studio delle particelle elementari, concepite come dei
"micro-universi".
Possiamo quindi concludere che la fisica ci offre una descrizione
sempre più profonda e d unitaria dei fenomeni, servendosi degli
iperspazi (a 4,5,...n dimensioni) e delle geometrie non euclidee, allo
stesso modo che per comprendere la forma
effettiva della terra e la sua posizione nel cosmo, è necessario
allontanarsi sempre più da essa. |